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Storia
 
   Il Carnevale di Ivrea

Nel corso del tempo per la città eporediese la festa di Carnevale ha assunto uno specifico significato: in particolare occorre comprenderne l’essenza di festa tanto popolare quanto civica quale   andata concretizzandosi nei secoli e quale si   impressa nella memoria collettiva. Tale festa infatti si riconosce sia nel disegno di autorappresentazione di una comunità sia in tradizioni di libertà, di rievocazioni storiche e in aspetti di trasgressione e di divertimento.

Ma procediamo con il dovuto ordine, soffermandoci innanzitutto sull’aspetto maggiormente arcaico del Carnevale di Ivrea: una realtà festiva che si immedesimava in una serie di “riti agresti” che scandivano “il ritorno della luce dopo il buio dell’inverno e il risveglio della natura”. L’antico rituale della Zappata – cerimonia con gli ultimi sposi dell’anno di ciascuna parrocchia – nella quale si percepisce una profonda valenza simbolica: il rivolgimento della zolla di terra per propiziarne la fertilità. Ed  , ancora, l’abbruciamento degli Scarli – gli alti pali di legno rivestiti di erica – nella notte del martedì grasso in cui l’albero bruciando, oltre alla sacralità del fuoco, diviene anche propiziatorio di un nuovo seme. In questo modo nel Carnevale di Ivrea si celebrava la festa della rinascita del tempo: festa dove il passato, il presente, il futuro, annualmente si consumano per rigenerarsi.

Questo   il rito primario perduratosi sino alla fine del Settecento, e condotto dagli Abbà ovvero dai giovani Priori delle Parrocchie cittadine. Questi ultimi, alla guida dei cortei carnevaleschi della gioventù, erano sicuramente gli ultimi epigoni di quei “tutori del disordine” che avevano rappresentato un peculiare elemento di socializzazione all’interno della comunità urbana. Gli Abbà erano coloro che in segno di riconoscimento portavano in mano una picca con su infisso un pane e raccoglievano intorno a sè i giovani ed in seno alla comunità erano capi autorevoli e riconosciuti, organizzando e gestendo il tempo festivo tradizionale. I giovani eporediesi equamente raccolti nelle diverse Badie, erano accompagnati dalle bande di suonatori di piffero e tamburo che rappresentavano un elemento di identificazione per il gruppo, venendo a conferire alle sfilate un aspetto tipicamente militaresco. Nella notte del martedì grasso gli Abbà appiccando il fuoco agli Scarli sancivano il loro ruolo di Capi della Festa nel momento di maggior solennità.

Su questo rito arcaico a partire dalla fine del Settecento e per buona parte dell’Ottocento il potere civico costruisce una “nuova festa” con la quale si intendevano celebrare ideali e valori di carattere essenzialmente politico. Da rito della “natura” a rito della “cultura”: questo dunque, in estrema sintesi, il passaggio che permette al Carnevale eporediese di assurgere ad un ruolo inedito: quello di manifestazione municipale. Un processo che prende avvio allorquando la società locale di Antico Regime, con i suoi riti e le sue tradizioni, si incontra con la Rivoluzione Francese sotto la forma della festa liberatrice. In tale contesto vengono meno i tratti significanti essenziali, ovvero la funzione magico-propiziatoria delle antiche cerimonie connesse allo Scarlo, in evidente rapporto con gli aspetti decisivi di feconditàe fertilità.

Il passaggio dal rito primario alla ricostruzione mitico-storica, conferisce, quale mito di fondazione del Carnevale eporediese, l’epica leggenda della sollevazione popolare contro il tirannico “marchese”. Un tema, quest’ultimo, di certo in sintonia con gli ideali dell’età giacobina: emblematico segno dell’appropriazione da parte di un potere di stampo notabilare, di quella che forse era stata – leggenda, memoria, chiss  … – la breve stagione di un contropotere popolano, di quel popolo che tanto sarebbe servito all’invenzione di una tradizione di ribellione e lotta. Erigendo l’albero della libertà in Ivrea, nell’anno 1798, i “rivoluzionari” inviteranno, infatti, la popolazione a volgere il proprio pensiero agli “alberi di trionfo” della tradizione cittadina: alberi che, secondo i giacobini eporediesi, venivano eretti “con fuochi di gioja” nel Carnevale “in pegno del giogo scosso dal lascivo Ceppo di Monferrato”. Seguendo tale evoluzione rimane fondamentale, in ogni caso, questo riflettersi e stemperarsi di temi universali, specchio di precise situazioni storico-sociali, nell’apparente quotidianità di un rituale festivo. Una data, il 1858, segna il momento più alto nella rivisitazione del Carnevale di Ivrea e al pari mostra il forte e costante impegno dei notabili locali: questi ultimi ancora una volta chiamati, secondo una prassi ormai diffusa, a farsi carico di un rituale pubblico dai chiari contorni di festa civile. Nell’anno 1858, infatti, la Commissione Organizzatrice introduceva nel corso di gala carnevalesco il carro trionfale recante l’eroina della festa: la “vezzosa Mugnaia”. Una sposa delle famiglie egemoni della città avrebbe, da quel momento in poi, impersonificato la fanciulla popolana della leggenda: Violetta, la figlia di un mugnaio che, destinata in sposa all’amato Toniotto, decise di ribellarsi alla triste sorte che attendeva le giovani donne eporediesi mozzando la testa al turpe marchese. Veniva, in tal modo, portato a compimento un progetto culturale nel quale trovavano esito sia i miti medievali e romantici del Piemonte sabaudo della Restaurazione, sia i riferimenti ideologici del Risorgimento italiano – basti ricordare che la Mugnaia indossa il patrio tricolore –. Il carattere di sacralità assunto dalla festa eporediese di Carnevale divenuta festa civica e patriottica, presupponeva, d’altro canto, una partecipazione in cui il fine ultimo non era più il divertimento, quanto piuttosto il raggiungere un’atmosfera collettiva nella quale idealità e aspirazioni avrebbero dovuto unire emotivamente tutti gli intervenuti. Tale rigoroso impegno civile della “nuova festa popolare” era totalmente contrario alla tradizionale inversione giocosa dei valori e delle gerarchie sociali. Non va dimenticato, inoltre, come il bisogno di mitizzare l’antichità, il suo popolo e le sue feste, risultasse funzionale alla “nascita di una cerimonia rassicurante nel perdurare di una realtà in continua trasformazione”.

La rivisitazione dell’arcaico rito dello Scarlo, di cui abbiamo tracciato le linee essenziali, fu accompagnato poi da un ulteriore processo dal quale scaturirono le nuove figure dei reggitori della festa: il Generale del Carnevale e il suo Stato Maggiore. Un processo molto semplice e, se vogliamo, molto lineare, grazie al quale il potere municipale assunse in prima persona la gestione del momento festivo tradizionale. Il Generale all’aprirsi dell’Ottocento   nient’altri che il rappresentante di questo nuovo potere – e in nome, e per volontà del medesimo potere civico si pone alla guida della festa –. Accanto a lui nasceranno nuovi e significativi attori, secondo un modello che ci mostra, ancora una volta, il tentativo di conciliare l’antico, il tradizionale con l’impetuoso imporsi del nuovo. Compaiono cos  i due Aiutanti di Campo in “uniforme militare bordata in oro e sciabola in mano” e compare il Gran Cancelliere figura sin da allora ricoperta dal decano dei notai eporediesi, unitamente al suo Sostituto delegato a rappresentarlo durante le cerimonie carnevalesche. Questi due ultimi personaggi ricoprirono il ruolo forse maggiormente emblematico, in quanto furono, allo stesso tempo, protagonisti della trasformazione della festa e fedeli testimoni di quanto accadde: sono stati e sono ancora i verbalizzatori e i depositari dei Libri dei Processi Verbali – libri il cui insieme pu  essere definito l’“archivio storico del Carnevale di Ivrea” –. Nel contesto di un cerimoniale voluto dalla erudizione urbana dell’Ottocento i moderni reggitori del Carnevale di Ivrea sopravvivranno sino ai giorni nostri. E proprio per sopravvivere, venendo ad affievolirsi il loro ruolo istituzionale e perdutasi in parte la memoria storica, troveranno nuova linfa, in pieno Novecento, nell’invenzione di una mitica origine napoleonica.

Lo scaturire di una rappresentazione civica dall’evento festivo arcaico, fu infine affiancato dal nascere – o rinascere – del momento ludico all’interno della medesima festa: un momento ludico costituito dal getto delle arance. In altre parole nello stesso periodo in cui la festa “moderna e civile” intendeva negare la cultura carnevalesca, quest’ultima riappariva tornando a trionfare sotto una nuova e singolare forma. Esaminando la storia moderna del Carnevale eporediese vi traspaiono dunque l’impegno pedagogico, la prospettiva patriottica, l’aspetto mondano, il rimando politico e culturale: in una parola vi traspare l’anima di un’epoca e di una città.

I Simboli
Un grande e solenne rituale come il Carnevale di Ivrea   una fantasiosa allegoria che celebra verità storiche frammiste a suggestive leggende. Questo rende la festa ricca di segni, di richiami, di riferimenti più o meno manifesti o nascosti.
Tra tutti, il simbolo per eccellenza   la Mugnaia, che non   solo l’interprete del personaggio Violetta, la romantica eroina che ha dato origine alla rivolta popolare, ma   l’incarnazione della libertà conquistata dal popolo. La figura della “mulinera”   stata introdotta nella festa a partire dall’ottocento, in pieno romanticismo.

  Il Generale e lo Stato Maggiore

Con i primi decenni del secolo decimo-nono mutano i personaggi posti alla guida dei festeggiamenti carnevaleschi di Ivrea. In luogo degli Abbà emerge la figura di un unico reggitore: il Generale; in luogo dei giovani, componenti la Badia, si segnalano i membri del nuovo “Stato Maggiore del Carnevale” – gli Ufficiali –. Esaminiamo tale mutazione alla luce di un testo dato alle stampe in Torino nel 1834. Si tratta di una descrizione della festa eporediese contenuta nel terzo volume di un’opera intitolata: Viaggio Romantico-Pittorico delle Provincie occidentali dell’Antica e Moderna Italia (58). Autore di tale scritto risulta essere Vittorio Modesto Paroletti, membro della Reale Accademia delle Scienze di Torino e studioso dai profondi interessi scientifici e umanistici (59). Paroletti, nel suo Viaggio Romantico-Pittorico, descrive la terra subalpina secondo un percorso che si sviluppa dalla Savoia sino ai confini del Piemonte con la Lombardia. Il libro nono dell’opera   dedicato al Canavese ed alla Valle d’Aosta. L’autore presenta la città di Ivrea, bella come in un “maraviglioso dipinto”, “regina di popolosa, ricca e lieta provincia”; le vallate, fra “l’odorosa verdura dei boschi” e la “nuda arida rocca”; gli “aperti piani” e le “fertili colline”; i borghi, operosi “di traffici”, abitati da “gentili, cortesi ed ospitali signori”; i laghi “accerchiati da sponde verdi e ridenti” (60). In un capitolo a parte, intitolato Delle feste canavesane, viene descritto il Carnevale di Ivrea. Considerando il contesto antropologico coevo, lo scritto di Modesto Paroletti riveste un notevole significato in quanto testimonia, con discreta precisione, la realt  della festa eporediese negli anni Venti-Trenta dell’Ottocento. Tale descrizione risale, dunque, ad un periodo storico – quello della Restaurazione – in cui erano ancora ben vivi elementi festivi di carattere arcaico, tipici dei carnevali sei-settecenteschi. A fianco di tali elementi dovevano per  gi  scorgersi i primi segni di quella che fu la grande riforma ottocentesca della festa eporediese, riforma di una tradizione antica al fine di Àcreare una festa popolare nella cornice di una moderna ritualità borghese  (61). Paroletti, di conseguenza, “legge” il Carnevale di Ivrea in un importante momento di transizione tra le due principali epoche che hanno caratterizzato la storia della festa medesima: l’Antico Regime ed il secolo decimonono. Allo stato attuale delle ricerche tale “lettura” costituisce la prima descrizione del Carnevale eporediese, edita in un contesto che esula dall’ambito strettamente locale.  

La struttura gerarchica festiva
La domenica grassa, una turba numerosa di popolo, parte in maschera e parte no, parte a cavallo e parte a piedi, preceduta da musica militare e questa da tamburini, con alla testa il generale che ha nome d’abao e cinque giovinotti, dagli otto ai dieci anni, detti gli ab , corre e schiamazza per le vie dell’abitato (62). Con questa frase, per noi decisamente significativa, Modesto Paroletti avvia la descrizione dei festeggiamenti eporediesi di Carnevale. L’autore vede, alla guida della festa, un personaggio: il “generale”; tale “generale”, ovvero, secondo il senso dello scritto di Paroletti, comandante delle giornate di tripudio, aveva dunque l’appellativo di “abao”. Il medesimo “abao” risultava affiancato, nel compito affidatogli, da cinque giovani ragazzi: questi ultimi chiamati, ricorda ancora l’erudito, “ab ”. Tali informazioni sulla struttura gerarchica della festa sono arricchite da alcune annotazioni in merito all’insieme delle regole che favorivano il perpetuarsi della struttura medesima. In particolare l’autore si sofferma sulla elezione del “generale”, ovvero dell’“abao”, e su quella dei piccoli “ab ”. Il complesso di tali elezioni vede l’instaurarsi di un rapporto di reciproca dipendenza fra i medesimi personaggi responsabili della festa. Il cerimoniale, se cos lo possiamo chiamare, prevedeva infatti che i cinque giovani “ab ” venissero “rieletti”, in ciascun anno, dall’“abao che scadeva”; gli “ab ”, a loro volta, sceglievano il nuovo “generale”, ovvero “il nuovo abao fra le persone pi· distinte della citt ” (63). Le predette informazioni consentono di approfondire l’analisi sul processo che permise il sopravvivere di una struttura gerarchica festiva, all’interno del Carnevale eporediese, nel passaggio tra il Settecento e l’Ottocento (64). Gli studi compiuti sino ad ora hanno dimostrato come, all’aprirsi del secolo decimonono, dagli Abb della giovent· settecentesca la responsabilit dei festeggiamenti passi direttamente ai nuovi “moderatori” del Carnevale, ovvero al Generale ed al suo Stato Maggiore. A tale dato di fondo venne, d’altro canto, associandosi l’opinione che considerava gli Abb dell’Ancien R gime ed il Generale dell’Ottocento quali figure completamente diverse e separate tra di loro. Una considerazione, quest’ultima, che la precedente pagina di Paroletti permette di contestare ampiamente. In realt il Generale ed i suoi aiutanti, ovvero il moderno “Stato Maggiore del Carnevale”, altri non sono se non la nuova forma assunta dall’antica Badia dei giovani che, suddivisa tra le varie parrocchie, guidava il medesimo Carnevale di Ivrea nel Sei-Settecento. A tale conclusione era d’altronde gi giunto, con felice intuizione, Giuseppe Cesare Pola Falletti-Villafalletto, profondo conoscitore e significativo studioso delle badie e delle associazioni giovanili (65). Ecco quanto scriveva, a tal proposito, il medesimo autore negli anni trenta del Novecento: ÀL’Abadia di Ivrea. Una Badia canavesana con molti degli antichi caratteri sopravvive tutt’oggi nel “Carnevale d’Ivrea”, colle sue attribuzioni di polizia durante il carnevale, coi suoi Abb , coi suoi costumi antichi, fra cui le classiche alabarde, cogli scarli e colla prima sposa [...] e colle vecchie musiche di pifferi e tamburi. […] L’usanza – oggi per verità  meno sentita e praticata – che durante gli ultimi giorni di carnevale in Ivrea, le Autorità pubbliche di polizia e di ordine dormissero lasciando funzionare in loro vece i Capi del Carnevale, la parte più caratteristica del Carnevale di Ivrea, che fu sempre ritenuta come una sua particolarit . Or bene questo un errore […] [in quanto] le Badie erano le autorit di polizia non solo durante le feste ma durante tutto l’anno […]. Se ci non fosse stato, come mai ad Ivrea, terra Sabauda dove l’ordine doveva essere meglio conservato che altrove, sarebbe sorta questa singolare spogliazione della pubblica Autorità, quando il potere centrale si era tanto rafforzato; e come questa spogliazione delle Autorità sarebbe potuta avvenire sotto il governo dispotico di Napoleone. Poichè questo potere di polizia […] fu la ragione per cui le Badie furono conservate e riconosciute dai Principi e costituisce la nota caratteristica delle Badie, [non si deve avere] alcun dubbio che il Corpo Carnevalesco che presiede al famoso carnevale eporediese sia stato, in sostanza, nient’altro che una Badia meglio conservata, pur avendo assunto un po’ abiti dei tempi nuovi e introdotta qualche innovazione. E che il Corpo Carnevalesco d’Ivrea conservi un’antica Badia, risulta dal nome di Abb di coloro che ne erano i capi, e che per giunta erano anche dei giovinetti, come gli antichi giovinetti giunti alla pubert ed alla spupillatura. Il famoso libro del Carnevale […] si pu dire che, fino ai tempi recenti, non era che il libro degli Abb , perch solo della loro elezione si parlava, mentre si taceva, fino a questi ultimi anni, della nomina del Generale che ne il Capo. Tale la forza delle cose: le antiche Badie avevano a Capo l’Abb ; il Generale fu un’aggiunta dell’epoca francese, in cui la Badia eporediese, venuta meno per qualche anno per l’avvento del Governo Francese e le guerre di quell’epoca, si rinnov , militarizzandosi, secondo lo stile dell’epoca napoleonica militaresca per eccellenza. Un Generale poi come il primo eletto – Antonio Pezzati, membro del Consiglio Municipale, Guardia d’Onore Imperiale e della citt di Ivrea – Generale che dur in carica parecchi anni, e l’uso della lingua francese, rappresentavano, insieme all’et quasi infantile degli Abb , una garanzia d’ordine atta a lasciar rivivere l’antica Badia, eliminando non irragionevoli prevenzioni; prevenzioni che tuttavia ebbe vivissime l’allora Prefetto della Dora, tanto che dovettero essere dissipate dal Capo del Governo […]. Inoltre, un solo Capo – il Generale – che soprassedesse ai varii Abb delle parrocchie, era diventato una necessit dopo la fusione delle Badie delle cinque parrocchie […] (66). Il Generale “in capo della festa” eporediese, dunque, pu essere letto e interpretato semplicemente quale nuovo Abb . Al pari dell’Abb , il Generale risulta responsabile di un gruppo di individui preposti a vigilare sul buon andamento dei festeggiamenti. In altre parole il Generale, a imitazione dell’Abb simbolicamente armato, deve innanzitutto “controllare che la festa abbia luogo senza violazioni dell’ordine pubblico e senza incidenti che ne turbino il normale svolgimento”. Questa nuova Badia, al contrario di quella dell’Ancien R gime, non pu ovviamente pi· considerarsi quale “metafora rituale popolare delle tre pi· importanti istituzioni che caratterizzavano la societ : quella religiosa, quella militare e quella politica”. Tale perdita di significato va collocata all’interno del processo volto a rivisitare una precedente ritualit , con l’attribuzione di altri significati, che caratterizza il Carnevale di Ivrea nei primi decenni dell’Ottocento (67). Il medesimo processo di rivisitazione della festa arcaica fu, d’altro canto, funzionale al sopravvivere di una struttura gerarchica festiva nel passaggio tra il Settecento e l’Ottocento. I nuovi Capi del Carnevale, all’interno del notabilato cittadino, guidarono ed accompagnarono la trasformazione dell’evento festivo antico in quello che nel corso del secolo diciannovesimo sappiamo essere divenuto un rito civico che rilesse e celebrò, rappresentandoli, i nobili fasti della città – “la moderna commemorazione o rievocazione di un evento storico fondante l’identità comunitaria” –; accettando tale ruolo, i moderni signori del Carnevale poterono compiutamente legittimare la loro funzione di organizzatori e gestori del tempo festivo. Ecco, dunque, i termini entro i quali troviamo la rinascita ottocentesca della Badia eporediese (68).

Fonte: Gabriella Gianotti e Franco Quaccia

 
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